Data

Analisi del rischio informatico: scova i punti deboli che non hai mai considerato 

Anche se hai firewall aggiornati, antivirus performanti e policy formalizzate, sei certo di conoscere tutti i punti deboli della tua infrastruttura IT e, in senso lato, della tua azienda? 

In molti casi, la postura di sicurezza di un’organizzazione è più fragile di quanto appaia. Non perché manchino i tool o le soluzioni tecnologiche, ma perché non c’è una strategia solida a monte. Si implementano sistemi di difesa, si definiscono controlli e si reagisce a ciò che si percepisce come una minaccia, ma senza aver prima effettuato una vera e propria analisi del rischio, ovvero senza aver compreso con chiarezza cosa è davvero esposto quanto è critico per il business e quali impatti potrebbe determinare una violazione. 

Analisi del rischio informatico: cos’è e perché è fondamentale 

L’analisi del rischio informatico è un processo strutturato con un obiettivo molto chiaro: aiutare a identificare ciò che minaccia l’ecosistema IT e le priorità di intervento. I componenti del rischio sono infatti quattro:  

  1. L’evento futuro (la minaccia); 
  1. La probabilità che si verifichi, che dipende da diversi fattori, comprese le vulnerabilità IT; 
  1. Gli asset coinvolti nell’evento; 
  1. L’impatto dell’evento sull’azienda.  

Il risk assessment ha l’obiettivo di individuare gli eventi futuri che potrebbero compromettere la confidenzialità, l’integrità e la disponibilità – la cosiddetta Triade CIA – di asset IT critici, stimandone al contempo la probabilità di accadimento. Come detto, questo approccio permette di definire con precisione le priorità di intervento, bilanciando l’impatto potenziale delle minacce con i costi necessari a mitigarle. 

Risk assessment: perché non può mancare 

Perché un’analisi del rischio informatico va eseguita? Al di là dei soliti buoni motivi, ovvero per evitare danni economici, reputazionali o sanzioni per mancata conformità, oggi l’analisi del rischio è diventata indispensabile perché la superficie d’attacco cresce di giorno in giorno e i pericoli diventano sempre più sottili. Se tutti pensano all’attacco coordinato da parte di gruppi di cybercriminali, la realtà è fatta di:  

  • e-mail inviate per errore (o intenzionalmente) a destinatari sbagliati con allegati riservati;  
  • strumenti mobile di lavoro non protetti adeguatamente e successivamente smarriti;  
  • scarsa integrazione della sicurezza nei processi di sviluppo software;  
  • fornitori non adeguatamente valutati sotto il profilo della postura di sicurezza cyber.  

L’elenco potrebbe proseguire a lungo, ed è per questo che l’analisi del rischio non può mancare. Serve un processo formale, continuo, capace di mappare non solo i rischi evidenti, ma anche quelli nascosti, trasversali, relazionali.  

In aggiunta ai benefici più evidenti (più resilienza, maggiore uptime, abbattimento del rischio di sanzioni…), l’analisi del rischio genera trasparenza sugli asset IT, cosa particolarmente importante nell’era degli ecosistemi informatici sempre più complessi e distribuiti, oltre ad avere un impatto benefico sui costi, poiché consente di mitigare le vulnerabilità prima che si trasformino in incidenti.  

Analisi del rischio informatico, come si esegue: i framework e le cinque fasi  

Avviare un’analisi del rischio informatico non significa partire da zero a livello metodologico. Le aziende, infatti, possono contare su framework consolidati e riconosciuti a livello internazionale. Tra i più noti ci sono: 

  • ISO 27005; 
  • NIST SP 800-30; 
  • il framework FAIR (Factor Analysis for Information Risk); 
  • i modelli proposti da ENISA. 

Scegliere una metodologia significa poi adattarla alle specificità del proprio contesto: il settore, le dimensioni, l’architettura IT, la propensione al rischio e naturalmente le risorse disponibili. Ma al di là delle differenze metodologiche, esistono cinque attività core che fanno parte della stragrande maggioranza dei processi di analisi del rischio informatico.  

1. Identificare gli asset da proteggere 

Si parte da qui, perché non puoi stimare un rischio senza prima sapere quali risorse sono coinvolte. Gli asset possono essere fisici (server, dispositivi mobili, postazioni di lavoro), digitali (database, applicazioni, credenziali) e immateriali (dati personali, proprietà intellettuale, reputazione). 

Ad esempio, un server che contiene dati sensibili dei clienti, o un’applicazione accessibile da remoto utilizzata per la gestione dei pagamenti, sono asset critici che richiedono una protezione mirata. Anche smartphone e laptop che accedono a cartelle condivise in cloud, spesso sottovalutati, possono rappresentare punti di vulnerabilità importanti. 

2. Identificare le vulnerabilità 

La seconda fase è insidiosa, perché le vulnerabilità non sono solo tecniche. Certo, un sistema operativo obsoleto, una patch mancante o una password debole sono falle che devono emergere in un vulnerability scan automatizzato, ma esistono falle che sfuggono alle scansioni, come processi aziendali non strutturati, mancanza di policy chiare e assenza di consapevolezza da parte del personale, che molto spesso rappresenta l’anello debole della catena della sicurezza.  

3. Business Impact Analysis (BIA) 

Questa fase è centrale, perché serve a stimare l’impatto potenziale di ogni scenario di rischio. Cosa succederebbe se quel database venisse compromesso? Quali conseguenze (soprattutto economiche) avrebbe l’interruzione di quel servizio cloud? La BIA associa un valore concreto agli scenari negativi, fornendo le basi per le scelte strategiche successive.  

4. Valutare la probabilità che l’evento accada 

Ogni rischio deve essere valutato in base a due variabili fondamentali: impatto e probabilità. Dopo aver definito l’impatto, è necessario stimare la probabilità che l’evento si verifichi. Questa può essere valutata in modo qualitativo o quantitativo sulla base di dati storici, threat intelligence, esperienze passate e/o complessi modelli matematici. A seguire, viene solitamente impiegata una matrice rischio-impatto, che aiuta a raggiungere il primo obiettivo chiave: visualizzare le priorità in modo immediato

5. Definire i controlli per mitigare i rischi 

Infine, l’analisi non può restare sulla carta: serve una risposta operativa. Per ogni rischio valutato come rilevante, è necessario identificare le misure di mitigazione più appropriate: controlli tecnici, organizzativi o procedurali da attivare in tempi brevi, come nuovi sistemi di backup, la (micro) segmentazione della rete, la formazione del personale e/o l’adozione di strumenti di monitoring proattivo. Successivamente, si affronteranno le vulnerabilità con un livello di priorità inferiore. 

Potrebbero
Interessarti anche

Rimani aggiornato sulle ultime novità del mondo ICT
ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER